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Malasanità dilagante in Puglia, Movimento 5 Stelle chiede ispezioni ministeriali. “Commissariare Asl”

malasanita-in-pugliaAttivisti pugliesi del M5S hanno raccolto ed esaminato una serie di segnalazioni relative ad inefficienze, sprechi, probabili ipotesi di reato, gravi casi di malasanità nell’ambito delle Asl pugliesi, tanto da rendersi promotori di un’azione volta scongiurare l’affossamento definitivo delle prestazioni sanitarie erogate ai cittadini pugliesi, nonché il reiterarsi di condotte da parte dei vertici della Sanità pugliese, certamente non improntate ai principi di trasparenza e meritocrazia, bensì inquadrabili nel solco della peggiore tradizione che vede troppo spesso la politica partitica imporre logiche nepotistiche e di spartizione nell’amministrazione della “cosa pubblica”.

Tale volontà d’intervento si è tradotta in un’interrogazione parlamentare a prima firma del senatore Maurizio Buccarella del Movimento 5 Stelle, indirizzata al Ministro della Salute, in cui si sollecita un intervento ispettivo da parte del Ministro e l’invito a considerare il commissariamento delle ASL pugliesi, come misura estrema ma necessaria al fine di riportare la sanità pugliese a decenti livelli di efficienza e trasparenza, a tutela della salute e dei diritti dei cittadini pugliesi.

immediato

Fonte: immediato.net

Di immediato.net

Sabato 4 ottobre 2014

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Presunti casi malasanità: assessore Puglia, accertamento eventuali responsabilità

malasanità_puglia“Stiamo valutando attentamente i casi e saranno portate a termine tutte le azioni per accertare le eventuali responsabilità”. Lo assicura l’assessore alle Politiche della Salute della Regione Puglia, Donato Pentassuglia, alla luce dei presunti casi di malasanità avvenuti in alcuni reparti dell’Ospedale della Murgia e oggi al Santissima Annunziata di Taranto. Nel primo caso sono morti due bambini rispettivamente ad agosto e ai primi di settembre, (entrambi morti al pediatrico di Bari, dopo essere passati dal ‘Perinei’). Sabato mattina è deceduto un neonato, subito dopo un parto cesareo sempre nello stesso nosocomio.
Al Santissima Annunziata di Taranto, oggi, una partoriente è morta subito dopo aver messo alla luce il piccolo che invece gode di buona salute. “Con l’apertura delle procedure di verifica da parte delle Aziende e con la nomina delle commissioni di indagine – aggiunge – sono stati presi i provvedimenti volti a tutelare la sicurezza del sistema sanitario pubblico. Perché le attività di verifica fanno parte proprio della sicurezza del sistema sanitario pubblico che è garantita secondo i protocolli che sono applicati con il massimo rigore”, conclude Pentassuglia.

“Sono convinto che, se vi sono state forme di negligenza nel formulare una giusta diagnosi, da parte del personale medico – ha sottolineato il consigliere regionakle dei Moderati e popolari Giacinto Forte, a proposito dell’ultimo episodio – è giusto che sia accertato nell’ambito dell’inchiesta interna, disposta dalla Asl, o anche dall’autorità giudiziaria, nel caso sia stata chiamata in causa, per avviare un procedimento di accertamento di responsabilità. Tuttavia, questi accadimenti dolorosi, contribuiscono a minare la credibilità di una struttura ospedaliera, così giovane, (che in pochi mesi si è conquistata una cattiva nomea), che sarebbe dovuta essere il fiore all’occhiello di questo territorio. Simili casi non possono essere considerati, incresciosi e fatali incidenti di percorso. Purtroppo, si continuano a registrare carenze strutturali ed organizzative – evidenzia Forte – acuite da questi ultimi casi di morti sospette, in questi ultimi mesi. Vorrei sollecitare ancora una volta, senza temporeggiare ulteriormente, un intervento in loco, dell’Assessore alla Sanità Pentassuglia, per verificare di persona, organizzazione e livelli di efficienza, dei servizi sanitari offerti nel nosocomio della Murgia”.

 

altamurgiaFonte:  altamurgia.it

di  Pasquale Dibenedetto
 
Lunedì 22 settembre 2014
 
 
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www.risarcimenti-online.it

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Malasanità, due medici condannati a risarcire 130 mila euro

Malasanità, due medici condannati a risarcire 130 mila euro

MARSALA – Ad un’anziana donna marsalese di 75 anni, Rosa Maiale, gli è stato accordato un risarcimento danni di 129.777 euro da parte delle giustizia per un caso di malasanità. Cifra stabilita dal Tribunale civile di Marsala e confermata dalla Corte d’appello. Condannati a pagare due medici ortopedici dell’ospedale San Biagio, Angelo Marchese e Giuseppe Marino.

In realtà a sborsare il denaro saranno le compagnie assicurative cui i medici si erano affidati contro “infortuni” del genere. I fatti risalgono alla fine di agosto 2003, quando l’anziana, difesa dall’avvocato Giuseppe Monteleone, subì una frattura all’ulna destra. E secondo l’accusa il gesso fu applicato in maniera errata. In pratica, furono bloccati sia il braccio che l’intera mano, con la conseguenza di rimanere definitivamente anchilosati.

Ad applicare il gesso “fino ad un livello tale da bloccare le articolazioni metacarpofalangee e le prime falangi” fu Marchese. Il medico è stato accusato anche di “condotta omissiva”, non avendo eseguito i “dovuti e necessari controlli e accertamenti” alcuni giorni dopo l’applicazione dell’apparecchio gessato.

Controlli, in verità, effettuati due volte (2-3 giorni dopo e 8 giorni dopo), ma senza rimediare all’errore. Quando ancora si era in tempo ad evitare il peggio. Il gesso, infatti, poteva essere tolto e rifatto. A Marino, invece, si rimprovera di avere applicato, l’1 ottobre 2003, una nuova gessatura, dopo la rimozione della prima, omettendo di prescrivere dei cicli di kinesiterapia che, secondo l’accusa, avrebbero “ridotto notevolmente la rigidità delle dita e della mano destra ormai divenuta irreversibile”. Oltre al risarcimento danni (129.777 euro, due terzi in capo a Marchese, un terzo al Marino), i giudici hanno condannato medici e Asp anche al pagamento delle spese processuali, quantificate in 9.800 euro.

ideazionenews

Fonte: ideazionenews.it

di ideazionenews.it
 
Giovedì 11 settembre 2014
 
 
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Malasanità, anziano vive dodici anni con un filo metallico nella pancia

raggiE’ successo a un anziano di Calolziocorte. Ad accorgersi del corpo estraneo un altro medico, che ha operato il paziente liberandolo dal pesante fardello

Calolziocorte, 4 settembre 2014 – Ci sono medici che si dimenticano del telefonino a casa e altri che lasciano fili nella pancia dei pazienti. Così un anziano di Calolziocorte ha vissuto per quasi quindici anni con il filo di un punto nell’addome. L’uomo, ospite di una casa di riposo nel rione di Foppenico, nei primi anni duemila aveva sostenuto un intervento per rimuovere un’ernia ombelicale e il chirurgo dell’epoca aveva dimenticato di togliere un punto che così è rimasto tra l’addome e il sottopelle. L’anziano aveva così proseguito con la sua vita normale anche se, ogni tanto, lamentava dolori nella zona addominale, non così forti però da pensare a un ricovero. Nelle scorse settimane, a seguito di un altro intervento chirurgico, un medico, insieme al personale sanitario della Rsa, ha visitato l’uomo e ha notato la presenza di un corpo estraneo. Così ha subìto un’ulteriore operazione che ha permesso la rimozione definitiva del filo metallico.

Ora l’anziano sta bene e, finalmente, non avrà altri fastidi per colpa di quel punto rimasto a suturare la ferita anche una volta che si era rimarginata. Non è il primo caso di punti dimenticati. Non raramente accade che i medici, al momento dell’ultimo controllo dopo l’operazione, lascino fili non in vista all’interno del corpo dei pazienti. A volte quindi non rimane altra soluzione se non recarsi dal medico di base o in pronto soccorso per rimuovere il punto. Se non ci si accorge, però, i fili metallici possono rimanere per tutta la vita, provocando fastidi e dolori sempre più gravi per i pazienti che hanno avuto la sfortuna di essere operati da specialisti e infermieri un po’ distratti.

ilgiornoFonte: ilgiorno.it

di  ilgiorno.it
 
Giovedì 4 settembre 2014
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Entra in ospedale e poi prega. Una storia di ordinaria malasanità nello sfogo choc di un medico. Una donna operata (male) ci lascia le penne. Il primario accusato di aver insabbiato la storiaccia per evitare rogne

malasanitaDi Antonello Caporale per Il Fatto Quotidiano

Martedì 2 settembre 2014

“Ho lasciato ammazzare deliberatamente una persona… sono responsabile della morte di quella persona… dovrei andare ad autodenunciarmi, però verrei licenziato… il primario ha amicizie, coperture politiche, io no”. È l’inverno del 2013, due medici rievocano un intervento di cardiochirurgia andato male il 23 maggio di quell’anno nella sala operatoria dell’ospedale San Carlo di Potenza, 750 posti letti e centro di riferimento sanitario dell’intera Basilicata. L’uno ascolta, consola e registra. L’altro si dispera, si dispiace, si autoaccusa. “Ho un cruccio, non riesco a dormire…”.

Le fasi concitate sono rievocate nel flashback, in questa analisi delle responsabilità stampate sul nastro, insieme agghiacciante e disperato: la rottura della vena cava della paziente che stava sottoponendosi alla sostituzione della valvola aortica, l’autore della rottura che rimane “inebetito, spaventato” e presumibilmente immobile. La scelta di porre riparo a quella disgraziata e negligente manovra con una successiva che si rivelerà, ma qui siamo già al cuore del conflitto, ancor più lesiva delle residue speranze di vita di Elisa, 71 anni. Entrata viva e uscita morta. I due parlano, l’uno spiega, rievoca, accusa. Viene deciso un clampaggio (azione di blocco dell’emorragia a mezzo di un morsetto chirurgico ndr), ma il clamp è strumento oltreché inutile ancor più scellerato. Non risolve anzi accelera l’aggravarsi della condizione. Viene convocato d’urgenza il primario che, secondo questa confessione, opera per dare copertura a quell’atto di malasanità. Invece di risolvere la lacerazione, o forse ritenendo oramai irreversibile la scelta compiuta, decide di proseguire nell’operazione come se quell’incidente non fosse occorso e sostituire la valvola sapendo che sotto i ferri c’è una persona praticamente già morta. Questa manovra, che sa di cortina fumogena, servirà – secondo l’accusa del collega – a imputare a una delle tante complicanze post operatorie la causa del decesso.

Ai familiari della donna dichiarata morta appena approda in terapia intensiva (trascorreranno in effetti poche decine di minuti prima che l’exitus venga formalizzato e rubricato nella cartella clinica) non resta che accettare la rituale sconfitta della medicina, plausibile con la media della mortalità accettata in questi casi (intorno al 6 per cento). Muore la paziente, e succede ogni giorno che l’ospedale non riesca a tenere in vita tutti i suoi ospiti. Piangi e rassegnati. Ma sembra morire persino la verità .

Certo, la Procura della Repubblica apre il fascicolo, l’autopsia si fa, ma tutto avanza lento, tutto appare immerso in una nebbia difficile da diradare. Poi, sulla scrivania dei redattori di Basilicata24.it  , quotidiano online indipendente in una terra troppo piccola per non subìre le connessioni di famiglie e potentati, collegamenti eccentrici e irrituali nei ruoli e nelle funzioni di corpi dello Stato, giunge quel nastro. Che è più di una confessione, è la denuncia di un clima invelenito, di battaglie tra cardiochirurghi, inimicizie, corvi. Colui che confessa si compiace di “tenere per i coglioni” il primario: il silenzio in qualche modo vale e costa. Il nastro viene pubblicato. E qui una novità di rilievo. Il direttore generale Giampiero Maruggi dell’azienda sanitaria ammette che da anni la cardiochirurgia potentina respira un clima di continua “litigiosità”. “Ci sono conflitti, non posso negarlo. C’erano prima che giungessi io, e sono continuati dopo”. Sotto accusa è l’operato di Nicola Marraudino, il primario: “Rivendico la scelta, il suo curriculum è eccellente e nego che la politica si sia intrufolata, abbia condizionato, spinto, agevolato. Ho scelto sulla base della sua competenza e il suo arrivo è coinciso con un innalzamento del livello di efficienza di quel reparto. Questo è un dato statistico, conterà pure qualcosa”. Conterà, certo. Ma un altro fatto è sicuro. Fino a ieri si era tutti in attesa di una giustizia che non sembrava farsi largo. Aspettiamo Godot, e ciascuno al suo posto. Il nastro è almeno servito a scuotere l’ambiente. “Ho promosso un audit interno, tre cardiochirurghi di fama sono chiamati a valutare l’operosità, il clima, a indicare una strada, una soluzione. E non posso escludere che altri provvedimenti in queste ore possano essere presi in capo ai protagonisti di quella vicenda”.

Il direttore generale adesso non esclude più nulla, “anche se attenderei di decretare la verità prima di conoscere l’esito dell’inchiesta giudiziaria. I veleni fanno apparire come certo quel che poi si potrà mostrare infondato. Bisogna usare prudenza, in gioco c’è l’onore di professionisti seri”. Seri ma litigiosi. E quelle negligenze? Il procuratore capo Luigi Gay, fama di magistrato integro, approdato da poco alla guida degli uffici giudiziari: “L’inchiesta non ha languito, ha avuto il suo corso e avrà il suo esito. Gli accertamenti saranno ampi e profondi. Invito solo a non accettare le verità apparenti e attendere un altro po’”. L’attesa è un atto dovuto, ma il nastro denuncia le gesta del disonore. E oggi un paziente lucano con quale spirito accetterà il ricovero o l’operazione? “Comprendo l’obiezione”, dice il manager. Il presidente della giunta regionale Marcello Pittella gli chiederà una relazione urgente. Se quell’ospedale è divenuto un ring, sono in arrivo altre scazzottate da non perdere, e rivelazioni o veleni. Compendio disperante tra teoria e pratica della malasanità.

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Malasanità, dal 1976 con una garza nell’addome: 70enne chiede risarcimento

In questo lasso di tempo gli avevano pure diagnosticato un tumore. Ma era solo una garza

Avrebbe vissuto per 35 anni con un corpo estraneo nell’addome, lamentando dolori e sottoponendosi e esami e interventi, sentendosi pure diagnosticare un tumore, per poi scoprire che i medici, appunto 35 anni prima, si erano dimenticati di estrarre una garza durante un’operazione.

Medici in sala operatoria in ospedale

È questo il calvario denunciato da un settantenne della Bassa Modenese che, assistito dall’avvocato Mario Marchiò, ora ha chiesto al giudice civile un risarcimento di 230mila euro (ma con gli interessi ultratrentennali la cifra supera i 500mila) a Regione Emilia-Romagna e all’assicurazione dell’Ausl modenese.

La garza sarebbe stata dimenticata, a giudizio del legale, nel 1976, quando l’uomo fu operato per un’ulcera. Dopo l’intervento iniziò a lamentare dolori, che lo costrinsero a sottoporsi a numerose visite. Nel 1982, dopo diverse gastroscopie, la diagnosi fu di gastrite cronica e polipi iperplastici. Fu curato e fece altri controlli. Nel 1989 gli fu diagnostica un’infiammazione alla base dei polmoni con un addensamento. Nel 2011 fu ricoverato per un’occlusione intestinale. In quella occasione fu individuata la massa, considerata di sospetta natura tumorale. Di nuovo operato, il 16 dicembre 2011, in sala operatoria i medici si accorsero che non c’era un tumore, ma una garza. “Se le negligenze mediche sono ormai prescritte dal punto di vista penale, e nessuno pagherà mai con una condanna – spiega il legale al Resto del Carlino – la causa civile, invece, può essere intentata perché la prescrizione parte da quando è stato scoperto il danno, in questo caso nel 2011. Il mio cliente ha rischiato la morte e oggi convive con le conseguenze di quel drammatico errore”.

ilgiornale.itFonte: ilgiornale.it

di 

Sabato 28 giugno 2014

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Minori e malasanità: quando l’ospedale uccide

malasanita-viterboNegligenze, cure sbagliate, fatalità. Da Villa Mafalda al Pronto soccorso di Tarquinia: il dramma dei bambini vittime di errori medici

Le sirene dell’ambulanza, la corsia di un ospedale, la ricerca di un aiuto, la sicurezza di affidarsi a mani esperte. Per alcuni il sollievo di una guarigione. Per altri, troppi, la tragedia. In Italia, secondo una rilevazione del 2011, le vittime della malasanità si aggirano intorno ai 45mila all’anno; il 5,2% dei pazienti è a rischio, il 9,5% di questi perde la vita. E il dramma aumenta le sue proporzioni se a morire sono i bambini. 

Roma, Villa Mafalda, la clinica privata che, qualche tempo fa, è diventata tristemente famosa per il decesso (avvenuto tra le polemiche) dello scrittore e regista Alberto Bevilacqua. Giovanna, una bambina di dieci anni entra in sala operatoria alle otto di mattina del 30 marzo per un banale intervento chirurgico al timpano. La serenità è quella dell’operazione di routine, fatta e rifatta tantissime volte. Zero possibilità d’errore per un’équipe medica che annovera tra le sue fila alcuni tra i maggiori specialisti nel campo dell’otorinolaringoiatria della Capitale. E invece, qualcosa va storto. Il cuore di Giovanna non batte più e in poco tempo la bambina smette di respirare. Nove persone fino ad oggi, tra medici e personale sanitario, sono state iscritte nel registro degli indagati; tra queste l’otorino Giuseppe Magliulo che si difende dicendo: “Quel tipo d’intervento non può dar luogo ad arresto cardiaco. Non sono un mostro”. Il primo risultato dell’autopsia ha mostrato  che la piccola paziente era sana e la responsabilità di quell’errore deve essere ancora accertata. 

Montalto di Castro, provincia di Viterbo. È fine marzo quando Leonardo, un bimbo di appena 3 anni,  ha la febbre altissima. I genitori non perdono tempo e corrono al pronto soccorso dell’ospedale di Tarquinia. Dopo nemmeno un’ora i medici lo rimandano a casa nel tardo pomeriggio, solo con una cura per faringite febbrile. La sera Leonardo si addormenta, si risveglia alle 3.30 di notte per bere un po’ di latte e si rimette a letto. Non aprirà più gli occhi. Il dottore del 118, intervenuto a decesso avvenuto, ha riferito che il bambino non si è accorto di nulla, che non ha sofferto. L’autopsia ha escluso qualsiasi forma di meningite o encefalite. Anche questa volta, la piccola vittima non presentava problemi di salute se non quella febbre. Le indagini sono ad oggi in corso per valutare le eventuali implicazioni della struttura sanitaria. 

E ancora, Ostia, Caserta, Andria, Cosenza, Foggia. Un intervento banale, un malessere improvviso su un campo di calcio, un errore nella somministrazione di un farmaco: giovani vittime strappate all’affetto dei cari, private della gioia di vivere. I casi di decessi tra i minori causati da errori medici sono un fenomeno sempre più preoccupante.

“Al momento – dice Francesca Piroso, direttrice dell’associazione Periplo Familiare che, dal 1998, tutela su tutto il territorio italiano le famiglie di chi è vittima di malasanità – non è possibile stabilire quanti siano i minori che sono colpiti da questa sciagura. Molto spesso si è convinti che la giovane età del paziente sia sinonimo di salute piena e, per questo motivo, il problema per cui ci si rivolge alla struttura ospedaliera viene sottovalutato. È un mito che bisogna sfatare. Penso, ad esempio, alle malattie cardiache che sono molto difficili da diagnosticare: a volte non basta un semplice elettrocardiogramma per far emergere delle patologie lievi che, tuttavia, per alcuni interventi possono essere determinanti”.

Malasanità e malpractice sono i due problemi di fondo che colpiscono il sistema ospedaliero italiano, da nord a sud, dalle strutture pubbliche alle cliniche private. Non solo, dunque, le carenze causate da anni di tagli alla sanità, ma anche le negligenze dei singoli. Secondo l’avvocato Alessandro Maria Tirelli, esistono tre dinamiche diverse che determinano l’errore: quando chi opera lo fa senza cognizione di causa poiché non è in grado di far fronte alle esigenze del paziente; quando il medico ripone eccessiva fiducia nelle proprie capacità e utilizza il paziente come “cavia”; quando si sottovaluta il problema e si incorre in una diagnosi sbagliata.

Moltissimi casi si chiudono attraverso l’esercizio della mediazione, spiega l’avv. Tirelli, grazie alla quale si può arrivare a una conclusione anche in un tempo ragionevole. Ma quando ci si imbatte in un processo civile, i tempi si dilatano in maniera drammatica e si può arrivare anche a 4-5 anni d’attesa per ottenere la sentenza.

Un’attesa snervante che rischia di frustrare ulteriormente una famiglia già devastata dalla perdita di un caro o dal torto subito. Molto spesso, infatti, la richiesta di un risarcimento per l’errore medico non è dettata da un semplice desiderio di rivalsa o di vendetta nei confronti di chi l’ha commesso: a volte è indispensabile per affrontare situazioni di grave invalidità (che possono essere superate soltanto a fronte di spese importanti) o di indigenza della famiglia della vittima.

Ma quando a morire è un bambino, rimane solo il vuoto incolmabile della disperazione: il sistema diventa un nemico, la società viene vista con l’occhio della disillusione, il dottore, da ancora di salvezza che era, viene percepito come una persona incapace di svolgere il suo ruolo a pieno titolo. Si spegne la luce per sempre. E non c’è scusa, risarcimento o consolazione che tenga.

reporternuovo.itFonte: reporternuovo.it

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Venerdì 4 aprile 2014

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Trapani, caso di malasanità? Aperta un’inchiesta sulla morte di un paziente

 

Forse c’è un nuovo caso di malasanità dietro la morte sospetta di un paziente all’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani. Il decesso è avvenuto l’11 Aprile scorso.E’ stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Trapani. Il paziente, di 58 anni,  è deceduto mentre si sottoponeva ad un esame laringoscopico alle corde vocali nell’Unità operativa di Otorinolaringoiatria. Si tratta di un esame di routine. Che cosa è successo? La direzione sanitaria del nosocomio ha disposto un’indagine interna.L’autopsia sul corpo dell’uomo è stata già eseguita. Adesso, si attende l’esito dell’esame medico legale per stabilire le cause della morte ed accertare eventuali responsabilità dell’equipe sanitaria che ha eseguito l’intervento.

tp24.it

Fonte: tp24.it

di tp24.it

Domenica 20 aprile 2014

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Malasanità, Maria: «Per i medici il bambino che aspettavo era morto. Invece è nato sano»

il 4 Aprile 2013. Maria S., 31 anni e una figlia di un anno e mezzo, fa il test di gravidanza e risulta positivo. «Per me è stata una sorpresa, con mio marito non stavamo cercando un altro bambino», dice oggi al telefono, «Secondo il test ero incinta da cinque settimane. Ho fatto un rapido calcolo e mi sono resa conto che, nel frattempo, avevo avuto il ciclo mestruale. “Non è possibile”, mi sono detta, “Forse erano minacce di aborto e io non lo sapevo”. Sono scappata all’ospedale più vicino, il Fatebenefratelli di Roma». E lì è successo qualcosa di incredibile.

«Al pronto soccorso mi visitano, mi fanno le analisi del sangue. Confermano che sono incinta, ma alcuni valori non sono nella norma. Allora mi fanno una ecografia. “Signora, non si sente il cuore. Il suo bambino è morto nell’utero, bisogna fare subito un raschiamento”, mi dicono i medici. Io sono sotto shock, non riesco a crederci. Proprio non ci credo», dice Maria. E continua: «I dottori cercano di convincermi in tutti i modi, mi dicono che non c’è tempo da perdere, devo fare il raschiamento e devo farlo subito altrimenti rischio di mettere a repentaglio la mia stessa vita. Io insisto che non me la sento di sottopormi a quell’intervento, e alla fine li convinco a lasciarmi andare a casa. Mi dimettono, ma prima mi prescrivono un farmaco che dovrebbe favorire l’espulsione del feto. All’uscita dall’ospedale entro in una farmacia, lo compro. Ma una volta a casa non me la sento di prenderlo».

Invece di ingoiare la pillola che le è stata prescritta, Maria chiama il medico di famiglia. «È una ginecologa, le chiedo un parere perché non so che cosa fare. Mi dice: “Non c’è fretta. Se non te la senti di prendere quel farmaco, aspetta pure. Domani vieni da me, ti visito e poi decidiamo il da farsi”. Seguo il suo consiglio». Il giorno dopo la dottoressa la visita e le dice che, secondo lei, Maria è incinta, ma non è ancora alla quinta settimana. Le consiglia di aspettare qualche giorno, e tornare da lei. «Aspetto una settimana e, quando faccio la nuova visita, durante l’ecografia sentiamo battere il cuore del mio bambino. Il mio istinto non si era sbagliato», dice adesso Maria, che nel dicembre scorso è diventata mamma di Edoardo. E poi ha denunciato l’ospedale romano.

«Mio figlio è bellissimo, ma se avessi dato retta a quei medici non sarebbe mai nato», dice, «Voglio mandare un messaggio alle altre donne: prima di prendere una decisione drastica, ascoltate il vostro istinto, e chiedete un secondo parere medico. Nel mio caso è stato provvidenziale».

E non solo nel suo caso. «Dopo che abbiamo denunciato l’ospedale, altre tre donne si sono rivolte a me», mi dice l’avvocato che difende Maria, Pietro Nicotera. E continua: «Il caso più eclatante riguarda una signora che ha rischiato di perdere suo figlio il 27 dicembre dello scorso anno. Anche lei era alla quinta settimana di gravidanza, e anche nel suo caso i medici hanno detto che il cuore del bambino non batteva e quindi era morto. Anche a lei hanno consigliato un raschiamento. Ma era il 27 dicembre, era tardi. Le hanno detto di tornare il 3 gennaio. Quando lo ha fatto, prima di sottoporsi al raschiamento ha insistito perché le facessero una nuova ecografia, era convinta che il suo bambino fosse vivo. E infatti hanno scoperto che aveva ragione: il cuore batteva. Il piccolo è nato sano».

vanityfair.itFonte: vanityfair.it

di Alessia Arcolaci

Lunedì 14 aprile 2014

 

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Malasanità: quanti casi come quello di Villa Mafalda?

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Salgono a 10 gli indagati per la morte della bimba di 10 anni nella struttura sanitaria di Villa Mafalda avvenuta lo scorso 29 marzo. La piccola era stata ricoverata per un’operazione di ricostruzione della membrana timpanica all’orecchio destro. Inizialmente, nella prima fase dell’indagine, erano 7 i dipendenti iscritti nel registro degli indagati, tra medici, infermieri, e addetti alla sala operatoria, per l’accusa di omicidio colposo.

Ora si sono aggiunti anche due otorini, l’anestesista e un altro addetto al personale. Le indagini punteranno a far luce su cosa può essere andato storto in un’operazione che generalmente viene considerata molto banale, durante la quale, però, il cuore della ragazzina non ha retto. Eppure, ci sono numerosi lati oscuri in questa vicenda. Dalle prime ricostruzioni lette sui giornali nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, si è parlato di una grave emorragia tra le cause del decesso. I controlli dei carabinieri, però, non avrebbero rintracciato tracce ematiche nella sala operatoria né sulla biancheria sequestrata.

La struttura di Villa Mafalda si è difesa attribuendo alla fatalità l’incidente che ha colpito il cuoricino. Eppure, a testimoniare la grave emorragia ci sarebbero le dichiarazioni messe a verbale di uno dei medici che sarebbe uscito dalla sala operatoria per la nausea provocata dall’odore della grande quantità di sangue fuoriuscito.

Ulteriori accertamenti verranno svolti per sapere se qualcuno all’interno dell’equipe medica che ha operato la ragazzina di 10 anni in precedenza è stato coinvolto in casi analoghi di malasanità, come quello di Matteo Bonetti. Il giovane esponente romano del Pdl, nel 2009 perse la vita a causa di una trombosi, mentre era in vacanza in Croazia. La morte, anche in questo caso, giunse a seguito di un’operazione, effettuata alcuni mesi prima, considerata banale che però comportò un calvario ospedaliero. La struttura interessata, allora, fu quella dell’Umberto I.

Oltre alle morti della piccola di 10 anni e di Matteo Bonetti, sembra che gli accertamenti riguarderanno anche alcune operazioni non andate a buon fine, che hanno reso gravemente invalide altre due persone.

lultimaribattuta.itFonte: lultimaribattuta.it

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Giovedì 17 aprile 2014

 

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