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Per mediare una controversia serve l’avvocato?

Fonte: diritto24.ilsole24ore.com

Di: Gianluca Denora

29 novembre 2013

 

 

 

27 novembre 2013: primo incontro di programmazione di una mediazione in materia di contratti bancari. Con riguardo alla controparte il mediatore rileva la mancanza di assistenza legale, richiesta espressamente dall’art. 5, co. 1 bis, del D. Lgs. 28/2010, e per l’effetto dichiara non potersi procedere all’esperimento della mediazione. La controparte replica che l’art. 12, co. 1, del D. Lgs. 28/2010 contempla che il procedimento di mediazione possa svolgersi legittimamente anche in assenza dell’avvocato (per conseguenza, le previsioni dell’art. 5 co. 1 bis e 8 co. 1 della l. 28/2010 non disporrebbero un vero e proprio obbligo di assistenza legale; piuttosto, la facoltatività dell’avvocato sarebbe in linea con quanto previsto dalla direttiva UE 2013/11/UE, cosiddetta direttiva sull’adr – risoluzione alternativa delle controversie – per i consumatori).

Riportiamo, con maggior cura, i riferimenti normativi. L’art. 5, co. 1 bis, cit., prevede che il procedimento di mediazione venga esperito con l’assistenza dell’avvocato; nulla dice, la norma, in ordine alla assistenza del “convenuto”; nondimeno, sembra che la previsione si debba estendere (in forza dell’esigenza di parità delle armi processuali); la norma non ne parla unicamente perché non menziona la controparte. In ogni caso, la regola fa riferimento (solo) alla c.d. mediazione obbligatoria.

A seguire, l’art. 8, co. 1, cit., precisa che “le parti devono partecipare con l’assistenza dell’avvocato” (e che il mediatore “invita poi le parti e i loro avvocati”). In questo caso è difficile riferire la previsione alla sola mediazione obbligatoria, eppure una limitazione dell’obbligatorietà discende dal riferimento alla sola mediazione su istanza di parte (ed infatti precisa che “la domanda e la data del primo incontro sono comunicate all’altra parte”). Di sicuro, non sussiste obbligo di assistenza per le mediazioni su domanda congiunta.

L’art. 12, co. 1, cit., a sua volta, pone in modo dubitativo l’assistenza degli avvocati; “ove le parti siano assistite” individua due differenti regimi: uno ad assistenza obbligatoria e uno ad assistenza facoltativa.

Nessun dubbio che assistenza obbligatoria e mediazione obbligatoria vadano assieme, il punto è che, stricto iure, possono darsi anche mediazioni non assistite da avvocati, e soprattutto mediazioni non obbligatorie assistite da avvocati. In altri termini, il legislatore ha impiegato una formula sintetica. Invece di scrivere “nel caso di mediazione obbligatoria e anche negli altri casi in cui le parti siano assistite dagli avvocati”, il decreto reca le parole “ove tutte le parti aderenti alla mediazione siano assistite da un avvocato”. Evidenti le ragioni di economia; è prerogativa del legislatore utilizzare brevi formule elastiche in luogo di espressioni di dettaglio di maggior “volume”.

Il richiamo alla direttiva europea, per quel che concerne la mediazione obbligatoria, appare del tutto inconferente; la fonte sovranazionale, di per sé prevalente su quelle nazionali ex art. 117 Cost., non è applicabile al caso di specie. Vero è che essa contempla un diritto generalizzato alla mediazione senza avvocato (art. 8, co. 1, lett. b della citata direttiva); nondimeno, prima di articolare le singole previsioni, evidentemente in posizione di preminenza su disposizioni di dettaglio, il legislatore europeo chiarisce in termini non equivocabili che “La presente direttiva non pregiudica la legislazione nazionale che prevede l’obbligatorietà di tali procedure” (art. 1 – oggetto). Ne discende che non può trovare applicazione alla mediazione obbligatoria la previsione secondo la quale “le parti hanno accesso alla procedura senza essere obbligate a ricorrere a un avvocato o consulente legale senza che la procedura precluda alle parti il loro diritto di ricorrere al parere di un soggetto indipendente o di essere rappresentate o assistite da terzi in qualsiasi fase della procedura” (così la lettera dell’art. 8, co. 1, lett. b della citata direttiva). Interpretazione sistematica: la “libertà di accesso” alla mediazione, e la concorrente libertà di scelta in ordine alla rappresentanza e/o assistenza di un terzo, sono operanti, in via generale, solo fuori dei casi di mediazione obbligatoria; lex specialis derogat generali.

L’obbligatorietà dell’assistenza legale nella procedura mediatizia obbligatoria sembra trovare una conferma ultimativa nella formulazione delle norme del D. Lgs. 28/2010. Ricapitoliamo le espressioni interessate: assistito dall’avvocato (art. 5 co. 1 bis); devono farsi assistere dall’avvocato (art. 8 co. 1); invita le parti e i loro  avvocati (art. 8 co. 1); ove le parti siano assistite dagli avvocati (art. 12 co.1). Tutti questi passaggi mancavano nella formulazione originaria del decreto delegato del 2010 e sono innesti rivenienti dal c.d. Decreto del fare del 2013. Impossibile trascurare questo dato. Ieri, infatti, la facoltatività dell’assistenza legale era indiscutibile, attesa la formulazione di norme che non ne tenevano conto; oggi, al contrario, è l’obbligatorietà ad essere indiscutibile, per la mediazione obbligatoria, attesa la stesura delle norme. Breve, non avrebbe avuto alcun senso modificare le norme per lasciarne invariati gli esiti applicativi. Nella mediazione obbligatoria l’assistenza dell’avvocato è sempre obbligatoria.

Leggi anche: Basta spese e lungaggini processuali

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Basta spese e lungaggini processuali

conciliazione-mediazione

Benefici e applicazione della conciliazione

Tutti conosciamo i tempi della giustizia in Italia e spesso si rinuncia a liti di non alto valore economico per evitare le lungaggini burocratiche, una risposta a questi problemi è stata data con l’inserimento della conciliazione, la normativa di riferimento è il d.lgs 5 del 2003.
La conciliazione è un metodo alternativo di risoluzione delle controversie aventi ad oggetto i diritti disponibili (è diritto indisponibile ad esempio il diritto alla vita). Per attivare tale procedura occorre presentare domanda, meglio se assistiti da un professionista, presso un organismo di conciliazione. Questi sono soggetti autonomi di diritto e possono organizzarsi in forma associativa o societaria, per poter operare devono iscriversi presso un apposito registro tenuto dal Ministero della Giustizia, ciò è necessario per far in modo che sugli organismi sia comunque esercitato un controllo pubblico. All’interno di tali società, o associazioni di conciliazione, operano i conciliatori che devono essere soggetti dotati di requisiti di onorabilità e di requisiti di professionalità, quindi essere magistrati di ruolo in quescienza, professori universitari in materie giuridiche o economiche, oppure professionisti nel settore legale, iscritti in albi professionali da almeno 15 anni, o con anzianità inferiore ma solo nel caso in cui sia dimostrato l’aver partecipato a corsi di formazione per conciliatori. Come si vede si richiede al conciliatore una conoscenza ed una professionalità pluriennale nel campo del diritto, ciò rappresenta un vantaggio per chi aderisce a tali procedure perché ha la consapevolezza e che comunque il giudizio sarà formulato partendo da norme giuridiche.
Inoltrata la domanda, in breve tempo la segreteria della società di conciliazione scelta invia la stessa alla controparte, questa può aderire o meno al procedimento extragiudiziale di conciliazione.
Fatto questo primo passo, viene fissato l’incontro tra le parti alla presenza di un conciliatore.
Il conciliatore deve essere un soggetto neutrale che non ha alcun legame con le parti ed è indipendente dalle stesse. Compito del conciliatore è cercare di dirimere la controversia e gli incontri possono essere anche più di uno, in essi è favorito il dialogo tra le parti con enormi benefici per tutti.
Dell’incontro viene redatto un verbale, lo stesso può essere di conciliazione se le parti trovano un accordo oppure, verbale di non conciliazione, in questo caso si potrà agire in via giudiziale.
L’azione può essere promossa anche tramite un’associazione di consumatori con il vantaggio di dover pagare solo la quota associativa, in questi casi i soggetti che possono esercitare questo diritto sono consumatori che ritengono di poter vantare diritti nei confronti di imprese, quindi le associazioni dei consumatori possono intervenire nella conciliazione ogni volta vi sia una controversia tra consumatore ed impresa, come ad esempio nelle controversie su forniture. Il servizio può essere fornito anche nelle controversie contro le banche ed ultimamente anche l’IVASS, istituto di vigilanza sulle assicurazioni, ha incoraggiato tale forma di risoluzione delle controversie in materia di rc auto.
Notevoli sono i vantaggi che si possono ricevere dalla conciliazione, il primo è di sicuro dato dal tempo risparmiato, in secondo luogo vi è la snellezza burocratica a cui però non si affianca un’incertezza di tutela, ma anzi una maggiore certezza dovuta proprio ai tempi rapidi, infine, vi è un risparmio economico notevole perché i costi sono davvero ridotti. Le spese di avvio sono di soli 40 euro più IVA, mentre le spese di mediazione dipendono dall’ammontare del valore della lite, ma sono comunque basse.

28 novembre 2013

Giovanni Zappalà

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Carta dei diritti del malato

1. DIRITTO AL TEMPO
Ogni cittadino ha diritto a vedere rispettato il suo tempo al pari di quello della burocrazia e degli operatori sanitari.

2. DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E ALLA DOCUMENTAZIONE SANITARIA
Ogni cittadino ha diritto a ricevere tutte le informazioni e la documentazione sanitaria di cui necessita nonché ad entrare in possesso degli atti necessari a certificare in modo completo la sua condizione di salute.

3. DIRITTO ALLA SICUREZZA
Chiunque si trovi in una situazione di rischio per la sua salute ha diritto ad ottenere tutte le prestazioni necessarie alla sua condizione e ha altresì diritto a non subire ulteriori danni causati dal cattivo funzionamento delle strutture e dei servizi.

4. DIRITTO ALLA PROTEZIONE
Il servizio sanitario ha il dovere di proteggere in maniera particolare ogni essere umano che, a causa del suo stato di salute, si trova in una condizione momentanea o permanente di debolezza, non facendogli mancare per nessun motivo e in alcun momento l’assistenza di cui ha bisogno.

5. DIRITTO ALLA CERTEZZA
Ogni cittadino ha diritto ad avere dal Servizio sanitario la certezza del trattamento nel tempo e nello spazio, a prescindere dal soggetto erogatore, e a non essere vittima degli effetti di conflitti professionali e organizzativi, di cambiamenti repentini delle norme, della discrezionalità nella interpretazione delle leggi e delle circolari, di differenze di trattamento a seconda della collocazione geografica.

6. DIRITTO ALLA FIDUCIA
Ogni cittadino ha diritto a vedersi trattato come un soggetto degno di fiducia e non come un possibile evasore o un presunto bugiardo.

7. DIRITTO ALLA QUALITÀ
Ogni cittadino ha diritto di trovare nei servizi sanitari operatori e strutture orientati verso un unico obiettivo: farlo guarire e migliorare comunque il suo stato di salute.

8. DIRITTO ALLA DIFFERENZA
Ogni cittadino ha diritto a vedere riconosciuta la sua specificità derivante dall’età, dal sesso, dalla nazionalità, dalla condizione di salute, dalla cultura e dalla religione, e a ricevere di conseguenza trattamenti differenziati a seconda delle diverse esigenze.

9. DIRITTO ALLA NORMALIT À
Ogni cittadino ha diritto a curarsi senza alterare, oltre il necessario, le sue abitudini di vita.

10. DIRITTO ALLA FAMIGLIA
Ogni famiglia che si trova ad assistere un suo componente ha diritto di ricevere dal Servizio sanitario il sostegno materiale necessario.

11. DIRITTO ALLA DECISIONE
Il cittadino ha diritto, sulla base delle informazioni in suo possesso e fatte salve le prerogative dei medici, a mantenere una propria sfera di decisionalità e di responsabilità in merito alla propria salute e alla propria vita.

12. DIRITTO AL VOLONTARIATO, ALL’ASSISTENZA DA PARTE DEI SOGGETTI NON PROFIT E ALLA PARTECIPAZIONE
Ogni cittadino ha diritto a un servizio sanitario, sia esso erogato da soggetti pubblici che da soggetti privati, nel quale sia favorita la presenza del volontariato e delle attività non profit e sia garantita la partecipazione degli utenti.

13. DIRITTO AL FUTURO
Ogni cittadino, anche se condannato dalla sua malattia, ha diritto a trascorrere l’ultimo periodo della vita conservando la sua dignità, soffrendo il meno possibile e ricevendo attenzione e assistenza.

14. DIRITTO ALLA RIPARAZIONE DEI TORTI
Ogni cittadino ha diritto, di fronte ad una violazione subita, alla riparazione del torto subito in tempi brevi e in misura congrua.

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Nuovo servizio assistenza tutti i giorni 24 ore su 24

numero_verde_risarcimenti-onlineIl Portale del risarcimento e assistenza legale, Risarcimenti-Online.it, sempre più attento alle esigenze dei propri utenti, ha attivato da alcuni giorni un nuovo servizio per richiedere assistenza. Un numero verde attivo tutti i giorni, sabato e domenica inclusi, 24 ore su 24, un servizio unico in Italia.

Chi necessita di assistenza legale su una delle tematiche trattate dal portale può compilare il modulo di richiesta ho chiamare il numero verde, lasciando i propri riferimenti e il motivo della chiamata.

Successivamente un professionista specializzato sul caso, provvederà a contattare il richiedente per un primo incontro telefonico di approfondimento.

I settori di specializzazione trattati da Risarcimenti-Online.it sono:

  1. Risarcimento errori medici (Malasanità)
  2. Risarcimento e assistenza casi mortali
  3. Risarcimento incidenti stradali
  4. Risarcimento infortuni sul lavoro
  5. Risarcimento anatocismo bancario
  6. Successioni ereditarie
  7. Conciliazione – Mediazione
  8. Rivalsa datore di lavoro
  9. Danni ambientali
  10. Divorzio – Separazione
  11. Recupero Crediti
  12. Truffa
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90 casi di malasanità al giorno

90-casi-di-malasanita-al-giornoRisarcimenti-Online.it, mercoledì 20/11/2013

Tra i vari problemi che affliggono il nostro paese, rimane purtroppo molto grave quello della malasanità: un problema che non sembra in via di risoluzione.
Questo è quanto traspare dai dati contenuti in una ricerca effettuata dall’Ania, acronimo che sta ad indicare l’Associazione nazionale delle imprese assicuratrici.

Il contenuto dello studio, che è stato reso noto nel corso di un’audizione a Montecitorio, dipinge una situazione che non si può non definire drammatica. Lo studio, che ha preso in considerazione il periodo 2010-2011, ha evidenziato come i casi di malasanità nel 2011, seppur in calo di circa il 7% rispetto al 2010, fossero ancora troppi, circa 31.500 in un anno con una media di 85 al giorno.

Questi numeri sono allarmanti e inoltre producono tutta una serie di conseguenze: prima fra tutte il lievitare dei costi che il SSN, deve fronteggiare. Questa situazione ha portato infatti alla nascita della cosiddetta “medicina difensiva”: i medici prescrivono ed effettuano molti più esami rispetto al passato, per non rischiare di incorrere in accuse di negligenza, il che comporta, ovviamente, un aumento dei costi nel settore.
E’ poi prassi consolidata quella per cui i sanitari, una volta citati in giudizio, richiedano svariati esami e perizie perché venga stabilita la sussistenza o meno di una condotta dolosa da parte loro. Ovviamente tutto questo comporta un ulteriore costo: costo che, se si aggiunge quello di un risarcimento a favore del paziente, comporta ricadute negative sulla qualità della sanità italiana nel suo complesso. Come si può facilmente intuire quello descritto dall’Ania sembra una sorta di cane che si morde la coda.
Inoltre, sempre in tema di costi che il sistema sanitario si trova a dover sostenere, a causa del proliferare di denunce relative a casi di malasanità, vi sono quelli, non trascurabili, scaturenti dalle polizze assicurative stipulate sia dagli ospedali sia dai singoli operatori sanitari. Secondo le statistiche questi costi si aggirerebbero sui 500 milioni di euro.
Altro effetto negativo è quello per cui, al momento della scelta delle specializzazioni, i giovani scelgono, sempre più spesso, guardando alla minore o maggiore frequenza di denunce a carico dei medici nei vari settori in cui si articola la scienza medica.

Se la situazione non è, come abbiamo visto, rosea, vi sono però due note positive: lo studio evidenza come la gran parte delle denunce di presunti casi di malasanità termini con un provvedimento di archiviazione e come questi numeri così alti siano sintomo di come, chi entra in ospedale, lo fa con piena coscienza di quali sono i suoi diritti e con la volontà di essere sempre correttamente informato sulle scelte effettuate dai sanitari.

Ad ogni modo, la ricerca effettuata dall’Associazione nazionale delle imprese assicuratrici si conclude con una richiesta di modifiche delle norme relative alla responsabilità civile in ambito medico: norme che, a detta degli estensori della ricerca, “non vanno nella giusta direzione”.

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Palermo-Sciacca, 12 morti per incidente stradale

si24.itFonte: si24.it – Il Mondo visto da Palermo

Di: si24.it – Il Mondo visto da Palermo

14 Novembre 2013

 

La strada statale 624 Palermo-Sciacca è lunga quasi 83 km. Ha inizio nel centro abitato di Palermo, attraversa tutta la Sicilia, e si ferma a 7 km da Sciacca. Quasi per ogni tratto di essa, per ogni curva, c’è un mazzo di fiori, una lapide, una croce, a ricordare qualcuno che in quel punto ha perso la vita. Quella strada ha contato una lunga scia di morti. Dodici le vittime nel solo 2013, comprese anche le cinque di ieri, in cui è rimasta uccisa praticamente un’intera famiglia.

La Palermo-Sciacca, intitolata “La strada della Liberazione”, fu inaugurata, alla presenza dell’allora presidente della Camera dei deputati Luciano Violante, il 29 settembre 1997. Dalla sua progettazione alla realizzazione trascorsero più di 37 anni, segnati da attentati mafiosi, ritardi, inchieste giudiziarie. L’arteria attraversa le province di Palermo, Agrigento e Trapani e interessa 24 comuni della Valle del Belice e dello Jato, unisce la costa del Tirreno a quella del Canale di Sicilia. Per ogni curva, per ogni rettilineo, per ogni viadotto, lo Stato dovette combattere con i mafiosi dell’entroterra siciliano, con i potenti dei piccoli comuni, per poter espropriare un pezzo di terra, per poter installare il pilone di un ponte, per poter costruire ai siciliani della Valle interna dell’Isola una via di facile circolazione. Ma di facile non ci fu nulla, e ancora oggi i siciliani ne pagano le spese anche con la vita.

La SS124 è un continuo di curve. Ci sono curve anche dove poteva esserci un rettilineo, magari perché in quel punto un mafioso della zona vinse la battaglia con lo Stato e non permise che gli toccassero la vigna. È una strada che richiede molta concentrazione da parte di chi guida, anche se la percorri ogni giorno e la conosci bene, perché non sai mai chi puoi trovarti di fronte. Bisogna procedere abbastanza lentamente, snaturando completamente il concetto di scorrimento veloce.

È vero che molte delle vittime della strada avevano tenuto comportamenti imprudenti, come è stato poi accertato dallo studio delle dinamiche degli incidenti, ma è anche vero che la Fondovalle Palermo-Sciacca presenta numerosi esempi di pericoli. L’alternanza tra tratti a due corsie e a una corsia sono ripetuti e repentini. L’asfalto in molti punti è mancante e in altri da rifare, il manto stradale è dissestato e ci sono avvallamenti che in giorni di pioggia diventano enormi pozze d’acqua.

Per la sicurezza sulla strada statale 624 sono state fatte anche diverse interrogazioni parlamentari. L’ultima dell’ex deputato regionale Salvino Caputo, con cui si chiedeva al presidente della Regione Crocetta di implementare le misure di sicurezza sulla Palermo-Sciacca. Il testo non ha avuto seguito.

Più volte, sia i comitati nati per questo scopo sia le amministrazioni dei comuni attraversati dalla statale, hanno chiesto anche con manifestazioni pubbliche alle autorità competenti di intervenire per rendere più sicura questa strada. Dopo ogni incidente mortale, con il cordoglio per le vittime arriva sempre la dichiarazione di intenti delle Istituzioni. Poi tutto viene dimenticato, fino al nuovo morto, e la strada è ancora lì, come l’hanno inaugurata, con i suoi rischi e i suoi pericoli, con la nebbia che la avvolge non soltanto fisicamente ma anche metaforicamente, nella disattenzione di chi dovrebbe farsi carico della sua sicurezza e non lo fa. Altro che strada della Liberazione!

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Giornata mondiale delle vittime della strada. Pescara 17 novembre 2013

pagineabruzzo.itFonte: pagineabruzzo.it

Di: pagineabruzzo.it

14 Novembre 2013

 

Pescara. I Voontari della Cri preparano una manifestazione a Piazza Salotto per domenica 17

Pescara. In occasione della giornata mondiale in ricordo delle vittime della strada la Croce Rossa Italiana ha programmato, in tutta Italia, una serie d’iniziative tese a sensibilizzare la popolazione sulla Sicurezza stradale.

Le principali tematiche che saranno affrontate sono i corretti comportamenti da tenere alla guida di un veicolo, il farlo sempre in perfette condizioni psicofisiche e ponendo la massima attenzione ai rischi connessi al consumo di alcol e all’abuso di sostanze.

I Volontari del Comitato Locale di Cepagatti sono impegnati per la preparazione e la realizzazione dell’evento che si terrà a Pescara, in Piazza Salotto, domenica 17 novembre alle ore 16.00.
L’iniziativa è curata dal Referente Regionale CRI per l’Educazione alla Sicurezza Stradale Stefano Basile, dal delegato regionale Giovani Abruzzo Roberto Varani e dalla Delegata Giovani del Comitato di Cepagatti Marica Federico.
Si tratta di un Flash Mob “freeze” ovvero “congelato, immobile” e i partecipanti a un segnale convenuto si fermano restando immobili fino al segnale di fine evento (generalmente la durata è di alcuni minuti, intorno a cinque).

Intorno alle ore 16.00 si darà il via al Flash Mob e un preciso segnale acustico i partecipanti si disporranno a terra, sparsi nella piazza, con dei cartelloni neri e scritte bianche con slogan, cartelli riportanti i dati degli incidenti stradali e manifesti illustrativi la Giornata.
Questo appuntamento segue le tre iniziative organizzate dai Volontari del Comitato Locale di Cepagatti svolte nel periodo estivo a Popoli, Cepagatti e Torre de’ Passeri per la sicurezza stradale e finalizzata a contrastare l’abuso di alcol da parte dei conducenti di veicoli.

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Malasanità. Risarcimento per omicidio colposo

Malasanità. Risarcimento per omicidio colposoIn Italia sono in aumento i procedimenti penali e civili per i casi di malasanità.
Secondo le statistiche degli ultimi quindici anni, gli errori – commessi dai medici o provocati dalla non adeguata organizzazione delle strutture sanitarie – sarebbero divenuti numericamente preoccupanti.
I cittadini hanno quindi assistito ad un conseguente vertiginoso aumento delle richieste di risarcimento e dei contenziosi, quasi sempre archiviati in sede penale.
Il contraddittorio fenomeno è stato evidenziato da un recente studio realizzato dall’Università Cattolica di Roma. Nel documento emerge che le denunce sono numerose, ma le istanze si concludono spesso con un nulla di fatto e soltanto 1 medico su 100 – tra quelli denunciati per malpractice – viene poi riconosciuto colpevole.
Se si analizzano i risultati, viene confermata la tendenza – in sede giudiziale – a sollevare dalle responsabilità la classe medica.
L’analisi del’istituto di Medicina Legale dell’’Ateneo romano ha rilevato inoltre che ogni anno, nel nostro Paese, sono circa 250 i nuovi contenziosi contro i medici: il 56% per omicidio colposo e il 39% per lesioni. Ad essere maggiormente coinvolte risultano le categorie dei chirurghi (59%) e dei ginecologi (24%): infatti, le segnalazioni di presunti errori riguarderebbero 1 su 5 la condizione del parto.

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In sostanza, i processi per omicidio colposo – a carico dei professionisti della sanità – sarebbero l’11,8% di tutti i procedimenti per lo stesso reato (oltre 6000) pendenti nelle 90 Procure italiane esaminate.
Uno scenario dalle tinte fosche che ha reso necessario l’approfondimento da parte della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori medici, rilevati da aprile 2009 a dicembre 2012.
In particolare, l’organismo istituzionale ha voluto avviare un’azione di controllo su 570 casi sospetti, di cui 400 con la morte del paziente.
In linea con lo studio dell’Università cattolica, l’approfondimento parlamentare ribadisce, oltre al numero basso di condanne, l’ingente elenco di archiviazioni: il 40% del totale dei procedimenti relativi alle lesioni colpose, il 35% per i casi di omicidio colposo.
Dall’ulteriore esame dei dati appare chiara la disomogeneità nelle diverse Procure sul fronte delle indagini per omicidio colposo, riguardanti i medici: si passa dall’1,31% evidenziato a Bari al 36,11% di Reggio Calabria.

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Il dossier della Commissione palesa come le Procure, in cui la media nazionale tende a salire, siano tutte al Meridione, in particolare in Campania e Calabria. In sintesi, le aree critiche sarebbero rappresentate dalle realtà territoriali con il maggiore disavanzo economico.
Al di là delle differenze endemiche, ciò che appare diffusamente accertata è comunque la difficoltà di provare non tanto l’esistenza dell’errore medico, quanto di appurare la malpractice come causa di un decesso.
Si spiega così perché le cifre più alte delle condanne vengano riscontrate in sede civile rispetto a quella penale dove la responsabilità del medico è personale. Con la giustizia civile si arriva infatti al 60% delle condanne, in questo caso il cittadino può però rivalersi in giudizio soltanto contro la struttura sanitaria.
Con la nuova legge Balduzzi, che ha ridimensionato la responsabilità penale dei medici, sarà ancora più difficile arrivare a nuove soluzioni: il decreto legge, da poco entrato in vigore, giunge in alcuni casi, alla depenalizzazione della colpa del professionista della sanità.

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Come richiedere il risarcimento per malasanità

come-richiedere-risarcimento-malasanitaSe si intende far richiesta per un risarcimento perché ci si ritiene essere vittime di malasanità, occorrerà avere delle prove documentate di quanto si dichiara, o delle semplici prove che in seguito dovranno essere fatte valutare da un medico legale specializzato il risarcimenti per malasanità, così che possano avere una qualche validità in tribunale. Soltanto un medico legale competente dunque ha la facoltà di stabilire se la responsabilità medica è reale o meno nel caso specifico presentato.

Qualora il parere del medico legale protenda in favore del richiedente risarcimento, si potrà passare alle vie legali o stragiudiziali, a seconda della situazione. Sono in tanti i professionisti del settore dei risarcimenti ad offrire ai propri clienti un servizio di verifica preventiva, al fine di accertarsi se è possibile procedere in giudizio o meno, ma sono in pochi ad avere una profonda conoscenza per rilevare le prove tangibili e dimostrare l’errore medico.

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Prima di presentarsi da un avvocato, un medico legale o un esperto di risarcimenti occorre però raccogliere tutto il materiale necessario, ovvero certificati, lastre, ricevute di visite o analisi, cartelle cliniche, risultati di visite o analisi e ogni altro documento che possa certificare l’operato del medico.

Si consiglia sempre di effettuare delle copie di tale documentazione, evitando così di andare incontro a spiacevoli situazioni come la perdita di materiale fondamentale alla causa da parte di medici o legali non propriamente professionali e poco adatti ad occuparsi di una materia tanto delicata.

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Diritti del malato:

Le leggi italiane in materia si sono aggiornate negli ultimi dieci anni, riconoscendo la responsabilità sia della struttura sanitaria che del medico, qualora un paziente riporti danni dovuti a errori commessi dal dottore in questione o da carenze della struttura, privata o pubblica che sia. Per aiutare coloro che intendono richiedere un giusto risarcimento ma non sanno cosa fare di preciso o a chi rivolgersi, spaventati magari dinanzi all’ipotesi di un lungo processo, il portale “risarcimenti-online.it”, consente di trovare facilmente l’esperto in materia più vicino alla propria zona abitativa, con la compilazione di un modulo e una rapida spiegazione del caso. Fatto questo si potranno avere a propria disposizione un avvocato e un medico specializzati in questo settore, che organizzeranno un incontro con il richiedente e gli offriranno, gratuitamente una valutazione del caso. Soltanto dopo l’analisi del materiale documentario ed eventuale visita, si potrà sapere se ci sono i presupposti per andare avanti con il caso, dando il via alla richiesta di risarcimento nel modo più veloce per ottenerlo cercando di evitare le lungaggini di un processo.

Questo è di certo il modo più sicuro per procedere per chi non è terrorizzato dall’idea di investire soldi preziosi in un tortuoso percorso giuridico che potrebbe vederli eventualmente sconfitti. Questo sito invece, consente di pagare la parcella dovuta ai professionisti intervenuti soltanto dopo aver incassato quanto dovuto.

Regole per risarcimento:

Occorre sapere che in casi di risarcimento per malasanità è prevista la prescrizione una volta trascorsi dieci anni dall’ultimo certificato.

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Quando si tratta di infortuni in itinere

puntosicuroFonte: puntosicuro.it

Di: puntosicuro.it

6 Novembre 2013

 

Una circolare Inail indica come considerare gli infortuni che avvengono in missione e in trasferta: tutto ciò che accade nel corso della trasferta deve essere considerato in attualità di lavoro, compresi il tragitto albergo-lavoro e il soggiorno in hotel.

Roma, 6 Nov – Molti degli infortuni accertati ogni anno avvengono “in itinere”, ad esempio durante il percorso di andata e ritorno dall’abitazione al luogo di lavoro. Dei 496.079  infortuni riconosciuti dall’Inail nel 2012, ben 67.119 sono da considerare “in itinere”. E dei 790 decessi accertati nel 2012, 409 si sono verificati fuori dell’azienda, con la strada come principale “scenario”.
È evidente come, alla luce di questi dati, il tema degli infortuni in itinere e nelle trasferte sia delicato, ad esempio riguardo alla loro indennizzabilità.
Sul tema delle trasferte si sofferma la Circolare Inail n. 52 del 23 ottobre 2013 “Criteri per la trattazione dei casi di infortunio avvenuti in missione e in trasferta”.
La circolare segnala che sono pervenuti all’Inail “numerosi quesiti in merito alla qualificazione, come infortuni in itinere ovvero in attualità di lavoro, di eventi lesivi occorsi a lavoratori in missione e/o in trasferta, con particolare riguardo a quelli avvenuti durante il tragitto dall’abitazione al luogo in cui deve essere svolta la prestazione lavorativa e viceversa, nonché durante il tragitto dall’albergo del luogo in cui la missione e/o trasferta deve essere svolta al luogo in cui deve essere prestata l’attività lavorativa”. E perplessità sono sorte “anche in merito all’indennizzabilità degli infortuni occorsi all’ interno della stanza d’albergo in cui il lavoratore si trova a dimorare temporaneamente”.
Si forniscono dunque importanti chiarimenti partendo “dall’inquadramento generale degli istituti dell’occasione di lavoro e dell’infortunio in itinere” e dall’evoluzione giurisprudenziale fornita in materia dalla giurisprudenza di legittimità.
Si ricorda, riguardo al concetto di “occasione di lavoro”, che  l’evoluzione della giurisprudenza di legittimità ha “registrato il più favorevole orientamento consistente nell’ammettere l’indennizzabilità di tutti gli infortuni derivanti dai rischi connessi con il lavoro inteso nella sua accezione più ampia. Da ciò è derivata la tutelabilità di tutte le attività prodromiche e strumentali all’esecuzione della prestazione lavorativa, necessitate dalla stessa e alla stessa funzionalmente connesse”.
E riguardo all’infortunio in itinere si conferma il principio in base al quale, affinché si verifichi l’estensione della copertura assicurativa, occorre che il comportamento del lavoratore sia “giustificato da un’esigenza funzionale alla prestazione lavorativa, tale da legarla indissolubilmente all’attività di locomozione”. La tutela assicurativa degli eventi infortunistici che si verificano durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro avviene “nei limiti in cui l’assicurato non aggravi, per suoi particolari motivi o esigenze personali, i rischi propri della condotta extralavorativa connessa alla prestazione per ragioni di tempo e di luogo, interrompendo così il collegamento che giustifica la copertura assicurativa”. E dunque per l’indennizzabilità dell’ infortunio in itinere, occorre “che esso si verifichi nel tragitto tra l’abitazione e il luogo di lavoro, e che il percorso venga effettuato a piedi o con mezzo pubblico di trasporto, ovvero con mezzo privato se necessitato”.
Veniamo ora al tema degli infortuni che possono avvenire in missione e in trasferta.
Si evidenzia che se “i rischi del percorso che collega l’abitazione al luogo di lavoro abituale dipendono anche dalla scelta del lavoratore riguardo al luogo dove stabilire il centro dei propri interessi personali e familiari”, diverso è il caso del lavoratore in missione e/o trasferta “poiché, in tale situazione, il tragitto dal luogo in cui si trova l’ abitazione del lavoratore a quello in cui, durante la missione, egli deve espletare la prestazione lavorativa, non è frutto di una libera scelta del lavoratore ma è imposto dal datore di lavoro”.
Tutto ciò che accade nel corso della trasferta, della missione “deve essere considerato come verificatosi in attualità di lavoro, in quanto accessorio all’attività lavorativa e alla stessa funzionalmente connesso, e ciò dal momento in cui la missione ha inizio e fino al momento della sua conclusione”.
L’evento non può ritenersi indennizzabile “qualora avvenga con modalità e in circostanze per le quali non si possa ravvisare alcun collegamento finalistico e topografico con l’ attività svolta in missione e/o trasferta, e cioè tutte le volte in cui il soggetto pone in essere un rischio diverso e aggravato rispetto a quello normale, individuato come tale secondo un criterio di ragionevolezza”.
In particolare queste sono le uniche due cause di esclusione della indennizzabilità di un infortunio occorso a un lavoratore in missione e/o trasferta:
– “nel caso in cui l’evento si verifichi nel corso dello svolgimento di un’attività che non ha alcun legame funzionale con la prestazione lavorativa o con le esigenze lavorative dettate dal datore di lavoro;
– nel caso di rischio elettivo, cioè nel caso in cui l’evento sia riconducibile a scelte personali del lavoratore, irragionevoli e prive di alcun collegamento con la prestazione lavorativa tali da esporlo a un rischio determinato esclusivamente da tali scelte”.
Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non solo gli infortuni occorsi durante il tragitto dall’abitazione al luogo in cui deve essere svolta la prestazione lavorativa e viceversa, ma anche “gli infortuni occorsi durante gli spostamenti effettuati dal lavoratore per recarsi dall’albergo al luogo in cui deve essere svolta la prestazione lavorativa e viceversa devono essere trattati come infortuni in attualità di lavoro e non come infortuni in itinere”.
Ultima circostanza valutata è quella degli infortuni occorsi all’interno della stanza d’albergo in cui il lavoratore si trova a dimorare temporaneamente.
L’infortunio occorso in albergo non è equiparabile a quello che avviene presso la privata abitazione (la cui indennizzabilità è stata esclusa dalla Suprema Corte): “in primo luogo poiché il soggiorno in albergo è evidentemente necessitato dalla missione e/o trasferta – e perciò è necessariamente connesso con l’attività lavorativa – e in secondo luogo poiché il lavoratore, con riguardo al luogo in cui deve temporaneamente dimorare, non ha quello stesso controllo delle condizioni di rischio che ha, al contrario, nella propria abitazione”.
In conclusione e alla luce delle considerazioni esposte “si devono ritenere meritevoli di tutela, nei limiti sopra delineati, tutti gli eventi occorsi a un lavoratore in missione e/o trasferta dal momento dell’inizio della missione e/o trasferta fino al rientro presso l’abitazione”.
RTM